Itinerario ad anello nel Parco dell’Asinara: dove vedere i celebri asinelli bianchi e spiagge solitarie

Il primo asinello bianco compare all’improvviso, come una macchia di sale tra il timo e l’elicriso. È mattina presto, il traghetto da Stintino ha appena toccato Fornelli e il vento di maestrale, lo stesso che mi ha fatto cambiare rotta più di una volta quando vivevo in barca a vela, spazza la luce e la rende nitida. Vengo per un anello di un giorno, una corsa lenta tra coste solitarie e storie di mare, con quell’idea di viaggio responsabile che mi ha riportato qui dopo anni in giro per la Costa Smeralda.
Come arrivare e quando partire
Il modo più semplice per iniziare il percorso ad anello è sbarcare a Fornelli, l’estremo sud dell’isola. Le linee da Stintino sono frequenti in alta stagione e veloci; in alternativa si può arrivare a Cala Reale da Porto Torres, comodo se si desidera un approccio più centrale. Il consiglio è partire all’alba o poco dopo, quando gli animali sono più attivi e il sole è ancora inclinato. Sull’isola non circolano auto private: ci si muove a piedi, in bici muscolare o a pedalata assistita, con navette e fuoristrada autorizzati per le visite guidate. L’accesso è regolato dal Parco nazionale dell’Asinara, che indica aperture, restrizioni e sentieri: consultare gli aggiornamenti prima di mettersi in marcia è parte del viaggio, oltre che una cortesia dovuta al luogo.
Il clima sa essere onesto e a tratti severo. In primavera e in autunno la luce è obliqua e la macchia profuma di resine e vento; d’estate conviene misurare bene tempi e acqua, perché l’ombra scarseggia e il maestrale, se decide di alzarsi, cancella ogni distrazione. La bellezza dell’Asinara vive anche in questo rapporto diretto con gli elementi.
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Dalla piccola banchina di Fornelli si imbocca la strada asfaltata che corre lungo il versante orientale. La prima mezz’ora serve a prendere il passo: il mare a sinistra disegna trasparenze di turchese, a destra la terra si alza in colline basse spazzate dal vento. Le ex diramazioni carcerarie affiorano come stazioni silenziose di un passato recente, e ricordano come l’isola sia stata a lungo un mondo a parte, sorvegliato e quasi intatto.
La prima tappa naturale è Cala Reale. Qui, tra il molo sabaudo e gli edifici storici del lazzaretto, l’aria ha un’eco di quarantene e approdi sanitari. Oggi è il cuore amministrativo del parco, con un piccolo centro visite e, spesso, la possibilità di conoscere i progetti di tutela della fauna marina. È un buon posto per rifornirsi d’acqua, scambiare due parole con le guide e fissare nella mente una mappa più nitida dell’isola, lunga appena una ventina di chilometri ma sorprendentemente articolata nei suoi ambienti.
Riprendendo verso nord, la strada segue baie chiare e promontori di granito. Gli asinelli bianchi, quando il sole non è ancora alto, pascolano tranquilli nelle radure alle spalle delle saline e lungo i dossi erbosi. Il loro manto, risultato di un’antica selezione e di qualche incrocio fortunoso, vibra di luce. Li guardo da lontano e li lascio andare, come si fa con le cose preziose che non hanno bisogno di cornici.
L’ultimo tratto verso Cala d’Oliva è una piccola migrazione. Il borgo degli agenti di custodia e dei pescatori resta raccolto su un poggio di case bianche, con l’ex carcere che domina discreto. Qui si annusa l’isola umana, fatta di turni, solitudini e mare. Poco distante, Cala Sabina apre una mezzaluna di sabbia fine e acqua diafana, tra ginepri contorti e scogli lisci: è una delle spiagge autorizzate alla balneazione, sorvegliata da regole semplici e necessarie. Fuori stagione la si può trovare quasi deserta, con le orme dei gabbiani corsi sui battigie umide e il fruscio delle posidonie a riva.
Il rientro sul lato di ponente
Per chiudere l’anello ci si sposta sul versante occidentale, dove la strada cede il passo a sterrate più ruvide, battute dalle onde e dal vento. È il lato che preferisco, quello che da ragazzo vedevo da lontano quando, in vela, evitavo le secche e osservavo il faro di Punta Scorno come una stella di pietra. Le falesie si fanno più severe, le cale meno accessibili, i colori del mare scuriscono in profondità verdi. Qui il ritmo rallenta per forza di cose: si pedala o si cammina su terra dura, con la linea dell’orizzonte che cambia a ogni altura.
L’isola sa quando chiedere silenzio. Alcune zone sono di tutela integrale, come la spettacolare Cala d’Arena, con dune candide e acque ipnotiche: non si può scendere, non si può fare il bagno, ed è giusto così. Il valore dell’Asinara vive proprio in questo equilibrio, in un mosaico di ambienti che appartiene alla rete Natura 2000 e a un’idea di conservazione europea che vede nei divieti un investimento sul domani. Più a sud il percorso torna frequentabile, tra pascoli magri e affacci mozzafiato, fino a chiudersi ad arco di nuovo su Fornelli.
Dove incontrare gli asinelli bianchi in sicurezza
Gli incontri migliori avvengono al mattino presto e nel tardo pomeriggio, quando il sole è basso e gli animali lasciano le zone più riparate. Le praterie attorno a Fornelli e i piani aridi sopra Cala Reale sono luoghi privilegiati, ma non esiste certezza: l’isola ha i suoi ritmi e conviene adattarsi. Importa mantenere una distanza gentile, almeno dieci metri, evitando movimenti bruschi e rumori inutili. Non si nutrono, non si toccano, non si insegue il primo piano perfetto: la fotografia migliore nasce dall’attesa, non dalla rincorsa.
Osservandoli senza fretta, si notano dettagli che la fretta cancella. Lo sguardo lattiginoso, le ombre rosa sulla pelle, il contrasto con gli asinelli grigi che spesso camminano al loro fianco. Sono animali liberi ma dipendenti dagli equilibri del parco; il rispetto non è un favore, è una condizione per continuare a viverli.
Spiagge solitarie, regole e stagioni
Tra le spiagge dove la balneazione è autorizzata spiccano la già citata Cala Sabina e la più meridionale Cala dei Detenuti, un archetto chiaro che si apre non lontano da Fornelli. Anche Cala Trabuccato, sulla costa orientale, regala un’acqua trasparente e fondali che profumano di posidonia. In bassa stagione, con la luce lunga, queste soste diventano meditazioni di sabbia e mare. Ma su ogni approdo vigono regole ferme: non calpestare le dune, evitare la rimozione di ciottoli o conchiglie, rispettare i limiti di accesso e le eventuali boe di perimetrazione.
Il mare, poi, ha una sua grammatica. L’area marina tutelata che circonda l’Asinara pone divieti all’ancoraggio sulla posidonia e limita le attività più impattanti. È utile ricordarlo anche se si arriva da terra: la qualità dell’acqua che ci incanta nasce da una somma di attenzioni, piccole e costanti. In giornate ventose il maestrale cambia il carattere delle cale in pochi minuti; conviene prevedere soste brevi e un rientro prudente verso Fornelli, dove il traghetto viaggia puntuale come un pendolo tra isola e continente sardo.
Consigli sostenibili e ritorno in porto
Porto con me una borraccia capiente, un pranzo leggero, una maglia contro il vento. Lascio a terra plastica inutile e carico la batteria della bici la sera prima, se scelgo una pedalata assistita. Prediligo le visite guidate quando voglio esplorare gli angoli più remoti: non è solo sicurezza, è un modo di generare lavoro e conoscenza locale. E scelgo, quando posso, la mezza stagione: meno folla, più ascolto, lo stesso mare.
Quando il cerchio si chiude e si rientra a Fornelli, l’isola resta addosso come una salsedine leggera. Rivedo il primo asinello apparso tra i cespugli, una presenza chiara in un giorno che aveva ancora bisogno di colori. In quel momento capisco perché torno qui ogni volta che posso: l’Asinara è un viaggio corto che allunga lo sguardo, una lezione di misura che chiede poco e restituisce molto.
Salgo sul traghetto con la calma di chi sa di aver lasciato ogni cosa al suo posto. Il mare livella i pensieri, la costa di Stintino si avvicina e, per un attimo, mi sembra di sentire il respiro della mia vecchia barca. Anche oggi, come allora, è il vento a darmi la direzione. E l’isola, nel suo silenzio vigile, a ricordarmi come camminare più piano.

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